Genitori con bambini, vi prego non chiamatele ferie – Di Giovanni Salzano

Sulle spiagge l’umanità si divide in due grandi categorie: quelli che si rilassano e i genitori con i bambini piccoli.

Due realtà parallele che hanno in comune solo la voce dell’ ambulante “Cocco bello, cocco fresco”.

Per il resto nulla: per il primo gruppo infatti si può parlare vacanze, per il secondo al massimo di “giochi senza frontiere”.

Gli appartenenti alla prima categoria scendono in spiaggia con tranquillità, dopo un’abbondante colazione, con il sorriso rilassato e vestiti tutti carini.

Si guardano intorno alla ricerca del posticino più tranquillo dove poter adagiare il loro corpo assetato di sole, di tranquillità e di abbronzatura.

I genitori, invece, arrivano in spiaggia alle otto di mattina già esauriti e stanchi.

Tutti maltrattati e pronti per la battaglia quotidiana.

Gennarino, per esempio, appena arriva in spiaggia corre.

Corre assai.

E io dopo tre secondi in spiaggia già sto correndo appresso a lui che poi quest’anno ha preso poi pure la fissa di lanciare i sassi nell’acqua che ci stava scappando il trauma cranico ad un ignaro bagnante che non ha considerato l’istinto omicida dell’infante.

I “liberi da bambini” arrivano in spiaggia al massimo con borsetta, cellulare e pareo.

I genitori arrivano che sembrano reduci da uno sfratto.

Per trasportare tutto non ci vuole una borsa mare, ma un carrettino tipo quello delle grattachecca.

Anzi più grande.

Protezione solare di tutti i gradi (si parte dalla numero 10 a quella totale passando per tutti i filtri possibili che Instagram in confronto è un dilettante) e ancora doposole, cappellino, bandana, salvagente, braccioli, piscinetta, acqua, succhi di frutta.

E mica finisce qui: merendina (caso mai c’hanno fame), spray antizanzare, costume di ricambio, maglietta di ricambio, mezzo armadio di ricambio, giochini vari, libri divisi per genere, borsa frigo, carrozzino, materassi e materassini, pane e mortadella (caso mai c’hanno ancora fame), scatole, scatoline, Barbie, Ken e tutta la razza loro, secchielli, palette, retino, canna da pesca e vermi(caso mai vogliono pescare, che fai non li pescare) , robe strane, amuleti, acqua santa, sedativi, Xanax e in più chiaramente varie ed eventuali.

Una roba che io quando scendo al mare non sono un essere umano, ma un animale da soma.

Un ciuccio.

Un asino.

Uno scaricatore di porto.

Quelli normali poi in spiaggia leggono, ascoltano musica, dormono, parlano, bevono drink, sorridono, ammiccano, fanno il bagno, si abbronzano, fanno le stories su Instagram.

I genitori con i bimbi piccoli corrono.

Corrono tutto il tempo.

E quando non corrono cominciano con una serie di azioni che li rendono pericolosamente bipolari e convulsivi (psicologi se leggete battete un colpo).

Facciamo il bagnetto, fa caldo – Usciamoli dall’acqua, fa freddo.

Mettili al sole, c’è il vento – Toglili dal sole, prendono l’insolazione.

Metti la maglietta fa freschetto, togli la maglietta sta sudando.

E via così nell’arco di pochi secondi.

Tutto questo mentre uno vuole il secchiello, l’altro tiene sete, uno vuole giocare a riva, l’altra in spiaggia.

E tutto un sali e scendi, asciuga uno bagna l’altro, prendi questo e posa quello.

In spiaggia ci sono due diverse umanità: quelli che si riposano e quelli che si stressano.

Due grandi gruppi che si ignorano, quasi si odiano.

Da una parte i genitori che guardano con sospetto chiunque si rilassi.

Una sorte di invidia repressa, di malinconica post traumatica.

Dall’altra quelli senza bambini che non sopportano i genitori , i ragazzini, le mamme, i papà, le urla, i pianti, le palette, i palloni, i bambini che passano sui teli.

Roba che tra un selfie e un altro cercano su Google “dove trovare spiagge senza bambini”.

Due realtà parallele.

Due condizioni diverse, quelli che le vacanze se le fanno in spiaggia e quelli, come me, che per farsi le ferie devono tornare in ufficio.

A lavorare.

Le ferie, come scrive la Treccani, sono un periodo di riposo, di vacanza.

E quindi per i genitori con bambini piccoli non si trattata tecnicamente di ferie.

Anzi per cortesia chiamatele come volete, ma vi prego non chiamatele ferie.

Non mi pare il termine più adeguato, lo dice pure la Treccani.

By |2020-07-14T17:27:19+02:0015 Luglio, 2020|Blog, storie di papà|1 Commento

Un commento

  1. Daniela 16 Luglio, 2020 al 9:46 am - Rispondi

    Giovanni, te l’ho già detto ma mi ripeto. La soluzione è il family hotel

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