IO, PIETRO E LA PICCOLA RENNA – Di Fabio Porporato

L’altro giorno, prima della nanna del pomeriggio, ho detto a Pietro, quasi 4 anni, di andare a
scegliere un libro da leggere prima di andare a riposare. Visto il suo recentissimo ritorno di fiamma
per Cars, temevo di dovermi “sorbire” l’ennesima rilettura dei fumetti non certo esaltanti contenuti
nelle riviste di settore dedicate a Saetta McQueen. Invece Pietro è arrivato a passo svelto con in
mano un libro che non avevamo mai letto insieme. “Wooow!” gli ho detto. Lui ha sorriso e si è
accucciato accanto a me.
Il libro in questione è “La piccola renna” di Michael Foreman. Uno di quei classici libri per bambini
con illustrazioni delicate ad acquerello ed una storia poetica e sognante che parla di una piccola
renna speciale che… ma il punto non è la storia! Il punto è piuttosto l’effetto che la storia ha avuto
su di me, un papà di quasi 39 anni che per lavoro è quotidianamente immerso nelle emozioni
aleggianti dei bambini ed ha lavorato a lungo ed in profondità su di sé.
Inizio a leggere con l’entusiasmo della novità e vengo letteralmente rapito da immagini e parole. Mi
ritrovo catapultato dentro il libro.bLa storia scorre veloce verso il suo epilogo quand’ecco che,
all’improvviso, senza nemmeno accorgermene ed avere il tempo di trattenermi, succede
l’imprevisto: gli occhi si inumidiscono e due minuscole lacrime rigano lentamente le mie guance.
Mi sono subito voltato verso Pietro, per vedere se mi avesse visto. Proprio in quel momento si è
voltato anche lui e mi ha “beccato”, con gli occhi lucidi e l’espressione da ebete. E mentre lui mi
fissava incuriosito, mi sono chiesto il perché di quei pensieri. Perché mi ero voltato per controllare
se avesse visto la mia reazione? Perché avevo sentito di essere stato “beccato”? Perché mi ero
preoccupato di non essere riuscito a trattenere le lacrime di fronte a mio figlio? Perché noi maschi,
in genere, sentiamo l’esigenza di nascondere, di frenare, di controllare e arginare le nostre
lacrime?
Per paura di mostrare il nostro lato più sensibile? Certamente. Per un qualche orgoglio personale
che deriva dalle nostre esperienze personali? Vero anche questo. Perché, in fondo, pensiamo che
piangere, commuoversi, emozionarsi fino alle lacrime sia un atto di debolezza? Probabilmente sì!
Perché temiamo che mostrando quella debolezza, allora i nostri figli forse scopriranno che siamo
meno forti, meno sicuri e più vulnerabili? Ecco sì, forse questo é IL tema che mi interessa di più.
In realtà, però, mostrare le lacrime ai nostri bimbi, significa mostrarle prima di tutto a noi stessi.
Significa riconoscere ed ammettere la nostra vulnerabilità che per alcuni è debolezza ma per me
significa forza della consapevolezza. Significa sentirsi ed avere contatto con le proprie emozioni.
Significa riconoscersi come vulnerabili ma sicuri e forti in questa condizione. Significa, insomma,
ammettere di non essere poi così tanto “machi” come la società contemporanea ci vorrebbe ma,
sufficientemente forti per i nostri bimbi. Questa è sicuramente un’altra questione “delicata” per noi
papà: quando i bimbi ci vedono piangere, non si voltano dall’altra parte ma vogliono sapere il
perché. E parlare di sé, per noi maschi, a volte può essere difficile.
Infatti Pietro mi ha chiesto immediatamente: “papà perché piangi?”.
Ho deglutito per prendere tempo e per pensare a qualcosa di sensato da dire al di là di quelle tre o
quattro frasi fatte imparate nei manuali sulla genitorialità. Poi, ho iniziato così: “Pietro, piango
perché mi sono emozionato. Ma non vuol dire che sono triste, almeno non in questo caso. Mi
capita, a volte, di emozionarmi quando leggo una storia oppure quando guardo un film. Se
succede qualcosa di bello allora mi commuovo e mi vengono le lacrime negli occhi…per la gioia e
la bellezza.” Lo sguardo poco convinto di Pietro mi ha subito fatto capire che avrei dovuto fare di
più. Allora, come faccio spesso quando gli parlo di entità astratte come le emozioni, gli ho fatto un
esempio legato alla sua esperienza.
Gli ho ricordato di quella volta che suo cugino Gabry gli aveva regalato una scatola piena di
macchinine di Cars ed un’altra di trenini. Quella volta, per la prima volta, Pietro si era emozionato
così tanto che aveva pianto per la felicità. Al rievocare quell’episodio, anche i suoi occhi si sono
allargati e fatti un po’ lucidi.

Così ho capito che il messaggio era arrivato, forte e chiaro. Ed ho capito anche che, per quanto ci
sforziamo, per quanto studiamo, per quanto tentiamo di controllare le nostre emozioni, loro escono
fuori nei momenti più inaspettati. Riuscire a tradurli in parole è certamente un gran dono per i nostri
bimbi… e anche per noi papà.

 

Di Psicologo e Psicomotricista – Fabio Porporato –

By |2020-04-19T17:49:22+02:0020 Aprile, 2020|Blog, storie di papà|0 Commenti

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