La storia di un uomo che si è scoperto padre a 40 anni – Di Bar Papà

E’ tardi, sono molto stanco.

È stata una giornata lunga e faticosa, voglio solo mettere a posto e buttarmi sul letto.

Mia figlia starà già dormendo, tornerò a casa e forse ci sarà qualcosa da mangiare, forse no.

In realtà sono così stanco che non riuscirò a mangiare, forse una birra per finire di stordirmi e poi via di corsa a dormire.

Mentre penso a tutto questo, si apre la porta.

“stiamo chiudendo”

Dico in maniera distratta.

Non ho voglia di servire qualcuno, vorrei per una volta essere servito io.

Alzo lo sguardo e vedo un uomo in giacca e cravatta.

Un signore distinto, anziano ma con una luce addosso particolare.

È fermo, in piedi davanti la porta.

Ha in mano una valigetta.

Non sembra stanco come me, anzi.

Anche se gli occhi sono vissuti, lo sguardo è attivo.

“Vorrei solo un bicchiere, poi me ne vado”

Sono affascinato da questo uomo che non ordina ma chiede, non c’è pietismo nella voce, ma una ferma convinzione che questo sia veramente l’ultimo bicchiere.

Gli faccio cenno di sedersi al bancone.

“Che le servo?”

“Quello che hai, basta che sia buono”

Stappo una bottiglia di amaro, il mio preferito.

Prendo un bicchiere.

Anzi, due.

Vorrei compagnia, forse la vuole anche lui.

“Permette?”

Gli chiedo indicando il mio bicchiere.

“Magari, non ho voglia di stare da solo”.

Guarda il suo bicchiere ma non lo beve.

Lo rigira tra le dita, guardando nel riflesso le immagini di un passato che forse non vuole rivivere.

“La aspetta qualcuno a casa?”

Chiedo, giusto per rompere quel silenzio imbarazzante che si sta formando.

“Ormai no. Sa che sono diventato padre quando mia figlia aveva 40 anni?”

“Ah, glielo hanno tenuto nascosto?”

“No, non me ne sono mai accorto io”

“In che senso?”

Mi siedo meglio, mi da l’idea di una storia lunga e interessante. Prendo il mio bicchiere di amaro e lo sorseggio bagnandomi le labbra.

“Per tutta la vita ho fatto quel che volevo. Tutto. Non mi sono mai fatto mancare niente. Auto, viaggi, donne. Il mio motto era: la vita è una, vivila al massimo”

“Bel motto”

“Già. Lo pensavo anche io. Avevo tanti amici. Poi è nata mia figlia. Ma avevo così tanti amici, così tante auto, viaggi, donne e feste che non potevo stare chiuso in casa con una figlia. C’era mia moglie, io dovevo vivere la mia vita al massimo, no?”

Continua a girare con le dita il bicchiere, portando il liquido fino al bordo per poi cambiare direzione, quasi fosse una sfida quella di non farlo cadere fuori.

“Poi un giorno di due anni fa è arrivato lui”

“Chi?”

“Lo chiamano adenocarcinoma. Più semplicemente cancro ai polmoni”

“Ah”

Butto giù tutto di un fiato il mio amaro e riempio di nuovo il bicchiere.

“Mi è crollato il mondo addosso. Ma io sono sempre stato forte, ho sempre vissuto tutto al massimo. Mia figlia si è avvicinata per aiutarmi, ma io le ho detto che non mi sarei fermato davanti a niente. Non sono il tipo, sai?”

“Immagino”

“Non si piange, non ci si abbraccia. Queste cose le fanno le donne, io avevo altro a cui pensare.”
“E sua figlia?”
“Veniva a trovarmi, ma io ero impegnato con i miei amici. Ci si organizzava per quando sarei stato di nuovo meglio. La salutavo, la ringraziavo e via di nuovo a parlare di donne e calcio.”

Lo sguardo non era più attivo come all’inizio, un velo si era posato su quegli occhi come a voler nascondere le emozioni dietro.

La stanchezza delle parole lo stava incupendo, facendogli abbassare le spalle e incurvandolo come se fosse molto più vecchio della sua età.

Ogni ruga era una emozione non raccontata e trattenuta, una lacrima non uscita per colpa di una virilità da mantenere intatta.

E che ora brucia come solchi su quella pelle.

Fa una lunga pausa.

Il bicchiere è ancora li, il contenuto intatto.

“Le terapie stavano funzionando. Vedi? Anche questa volta il vecchio leone continua a ruggire”

Accenna un sorriso.

Poi fa un lungo colpo di tosse.

Si porta il fazzoletto alla bocca.

Il fiato si spezza.

Mi avvicino per aiutarlo.

Mi fa cenno di no con la mano.

Smette di tossire.

Respira piano.

Poi riprende.

“Il 31 ottobre ho avuto una infezione. Sono crollato. Di corpo e di testa. Ero ad un passo dall’andarmene e mi sono visto per la prima volta allo specchio. E sai cosa ho visto?”
“Cosa?”
“Un uomo solo. Circondato da amici che non sanno niente di me, da donne che non vogliono nulla, da cose inutili che non mi porterò dall’altra parte. Ho visto allo specchio uno stronzo. Che per una vita si è riempito la bocca di parole grosse, si è fatto forte con le cose invece che con le emozioni. Un uomo che ha cacciato via l’amore per non sembrare meno uomo”

“Sua figlia?”

“L’ho vista riflessa nello specchio, stava mettendo a posto il mio cuscino all’ospedale. Voleva piangere ma si tratteneva. Forse per non farsi vedere da me, forse perchè le avevo insegnato a trattenere tutto dentro.”

Altra pausa.

Altra tosse.

Altra paura.

“Mi sono girato, l’ho guardata e l’ho abbracciata. L’ho stretta così forte che avevo paura di spezzarla e di spezzarmi. E invece ci siamo ricostruiti insieme. Abbiamo fatto l’unica cosa che si poteva fare in quel momento. Piangere come due bambini”

Una lacrima scende piano ma non la ferma, non la pulisce, lascia che scorra sul suo viso, sulla guancia, sul mento rasato, fino a cadere nel bicchiere ancora integro.

“Erano lacrime di pentimento, erano lacrime represse da anni. Erano le lacrime di un padre che chiedeva scusa alla figlia ritrovata. Siamo stati mesi attaccati come se fosse lei la mamma e io il figlio. Uniti da un legame ritrovato, anche se sapevo che nulla avrebbe potuto cancellare 40 anni di menefreghismo. Ogni giorno chiedevo scusa a lei, chiedevo scusa a me e a come mi ero comportato. Sai, una volta mi hanno detto che non ci si ammala mai a caso. Non ho mai creduto a queste stronzate, ma in psicosomatica i problemi ai polmoni sono collegati alla tristezza.

Già…

Ne ho vissuta talmente tanta di tristezza che mi si sono riempiti i polmoni fino a scoppiare. Sarà un caso, ma forse niente viene per caso.”

“E sua figlia, l’ha perdonata?”

Ero affascinato dalla tranquillità di quell’uomo che dalle sue parole faceva uscire il fiato necessario al racconto, non di più non di meno.

“Lei non voleva altro. Non aspettava altro che quelle lacrime. Alla fine cercavo solo lei. Non prendevo neanche una pillola se non era dalle sue mani. Dipendevo da lei, in tutto e per tutto. È assurdo, ma se non ci fosse stata questa malattia, non avrei mai scoperto di essere padre. Abbiamo cambiato mille reparti, ma lei era sempre con me, mano nella mano.”

“E ora?”

“Ora sto bene. Ci siamo perdonati. Finalmente ci siamo trovati. Ogni giorno, per 5 mesi le ho detto che avevo sbagliato a seguire il mio solo desiderio di libertà. Ero ossessionato dall’idea di essere senza vincoli, di perseguire la mia strada senza dover dar conto a nessuno. Ma questo mi ha portato solo a far male a chi mi amava. Maledetto egoista. Mi sono circondato di rapporti sterili, senza nessun fondamento umano. Nessuna emozione. Nessuna gioia. Nessun male. Guardavo mia figlia, vedevo i miei occhi nei suoi, ma in lei ho trovato le emozioni che mi sono mancate. Lei ha veramente vissuto, io no. Le ho detto che non credevo fosse una donna così stupenda, mi ha risposto che non credeva di avere un padre.”

Mentre parla non mi accorgo che la tosse è sparita.

La postura è tornata lentamente eretta, il viso di nuovo luminoso come quando è entrato nel mio bar.

Le rughe ci sono, ma sono meno marcate, come se sfogandosi con uno sconosciuto avesse potuto espiare una colpa lunga una vita.

“Sono contento per voi”

Dico, come per giustificare la mia presenza in questo flusso di pensiero.

“E ora siete insieme?”

“No, lei sta vivendo la sua vita. Ora è serena, è tornata dalla sua famiglia.”
“E lei?”

“Io non ci sono più. Il 17 febbraio l’ho salutata, ho chiuso gli occhi e mi sono finalmente lasciato andare. Ma alla fine è stato un bene, c’è chi se ne va senza preavviso, senza poter dire ai propri figli quanto li ami. Io sono stato fortunato, mi hanno regalato 5 mesi di vita in più e li ho usati al meglio”

“Ma…”

Mi arriva un messaggio sul cellulare.

Guardo lo schermo.

  • Vieni a casa? Ti aspetto sveglia? –

Alzo lo sguardo.

L’uomo non c’è più, sono solo nel bar, con il mio bicchiere vuoto in mano.

Mi guardo intorno.

Il bicchiere è ancora pieno, davanti a me.

Sorrido.

  • Sto arrivando, aspettami –

Prendo la giacca, spengo la luce ed esco fuori, convinto di dover vivere tutto il tempo che ho, senza lasciarmi alle spalle rimorsi o rimpianti, ma guardando mia figlia negli occhi con la leggerezza di poterle dire ti amo ogni giorno della mia vita.

 


 

Tratto da Bar Papà

By |2020-03-23T08:23:52+01:0022 Marzo, 2020|Blog, storie di papà|0 Commenti

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