Un padre scrive ogni giorno una lettera al figlio che non c’è più – Di Bar Papà

Sono un gran camminatore, sia perchè so che fa bene sia perchè odio la macchina in città.

Il traffico, il parcheggio, i semafori, il clacson.

Meglio le scarpe e via.

Basta la salute e un par de scarpe nove e poi girà er monno, cantava Manfredi.

Ma soprattutto sono metodico.

C’è chi direbbe che sono abitudinario, io preferisco metodico.

Faccio sempre le stesse cose, mi siedo allo stesso posto, ordino gli stessi piatti…

C’è chi direbbe che sono noioso, io preferisco metodico.

Stamattina però qualcosa è scattato.

Stamattina mentre venivo al bar ho deciso di fare un’altra strada.

Non è stata una decisione consapevole, è successo, come quando decidi che oggi ti va la colazione salata e non i biscotti.

Invece di tirare dritto, ho girato a destra, prendendo una stradina laterale.

Il tempo mediamente è lo stesso, ma cambiano i negozi, i palazzi e le persone.

Soprattutto cambi tu che le guardi, perchè hai deciso di cambiare strada.

A volte credo ci sia un disegno dietro tutto questo, una complicatissima rete di fili che muove le persone e le fa andare da una parte o dall’altra, prendere una strada o un’altra, per arrivare poi al punto esatto.

Attenzione però, la maggior parte delle volte non si capiscono queste trame, non si sa perchè sta succedendo qualcosa, ma si sa che tutto ha un senso e che se non lo capisci ora, evidentemente bisogna aspettare ancora un po’ per comprendelo bene.

Arrivo al bar, apro e accendo le luci.

Mentre metto a posto, sento entrare delle persone.

Due bambini, un maschio e una femmina, tanto simili, tanto diversi.

Belli, lui forse un pelo più di lei.

E dietro di loro il papà, bello anche lui, ma un pelo meno.

Si sa, le generazioni tendono a migliorare, altrimenti che senso avrebbe la vita?

I ragazzi si mettono a giocare e a rincorrersi tra i tavoli.

Lui va leggermente più lento, è lei a correre e a spronarlo per giocare.

Sembra il loro gioco preferito, saltellare con la forza e la vitalità che solo i bambini della loro età possono avere.

“Buongiorno, posso avere un caffè, una spremuta e due cornetti? Totta come lo vuoi?”
“Al cioccolato”

Risponde distratta lei.

Lui sorride e continua a giocare lentamente.

“Sono molto belli, sa?”

“Grazie, sono un papà orgoglioso.”
A guardarlo da vicino, il volto sembra incredibilmente stanco, segnato.

Forse triste.

I bambini iniziano a giocare a nascondino.

Lei conta.

Lui si nasconde.

“Lei si chiama Carlotta, ma tutti la chiamiamo Totta. Lui si chiamava Jacopo, per tutti Papo”

Ci metto un po’ a realizzare.

“8…9..10… vengo a cercarti!”

“In che senso si chiamava?”

“Perchè Papo non c’è più.”
Totta cerca il fratello sotto il tavolo, dietro la tenda, dietro la porta. Non lo trova. Ma continua a giocare.

“Papo ha avuto una grave malformazione. Mutazione genetica in utero, de novo, che causa la patologia del cardiomiopatia ipertrofica restrittiva. Praticamente una mutazione del dna; il setto si ispessisce, il diametro per far fluire il sangue diminuisce, tutto il muscolo cardiaco si irrigidisce e puoi avere solo 99 battiti al minuto per vivere. Te lo immagini un bambino che corre, salta, gioca e si diverte con solo 99 battiti al minuto?”
Sento il mio cuore pulsare.

Non mi sono mai chiesto quanti battiti servano per vivere.

Ma ora li sento tutti.

Pum pum pum.

Come se riuscissi ad auscultare le vene e il flusso del sangue, come se sentissi nitidamente il cuore lavorare a pieno regime.

Pum pum pum.

“Uffa, ma dove ti sei nascosto?”

Totta continua il suo gioco, come se nulla fosse.

“Abbiamo sempre fatto tutto come se non ci fosse questo impedimento. Con i dovuti accorgimenti, sempre rispettando i 99 battiti. E Papo ha fatto tutto quello che un bambino poteva fare. Era saggio. Era molto più grande di quel che vedi. Era un super eroe.”
Me lo immagino con il mantello ad aggirarsi per casa, a salvare la sorella dai peluches ribelli e a saltare sui divani per gettarsi sui cattivi.

“Combatteva contro Il Mostro, così chiamavamo la sua malattia. E lui ci scherzava, era un eterno cazzone. Come il papà”

Sorride e abbassa gli occhi.

Prende un respiro e continua.

“Era sempre lento. E la sorella lo sgridava per questa sua lentezza. Pensa che prima di uscire la mattina Papo faceva la cacca 4 o 5 volte e la sorella gli dava i cazzotti in testa per farla scendere più velocemente e poter uscire”

Ride, questa volta di gusto.

Rido anche io, per l’immagine bellissima che mi ha raccontato.

“E pensa che è stata proprio la cacca l’artefice di tutto. L’ultima immagine che ho è in campeggio. Mi dice: papà, vado a fare la cacca. Sale sulla bici e va verso la roulotte. 99 battiti più uno di troppo. A volte penso a come sarebbe andata se non fossimo andati in campeggio, se non ci fosse stata tutta quella strada da fare, se non avesse preso la bici…”

Il caffè è ormai freddo, ma non mi sembra il momento per fare colazione.

Ora è solo il momento di ricordare e di parlare.

“Evidentemente però è tutto un destino. Ci deve essere un piano più grande, organizzato da qualcuno che vede tutto. Solo che se esiste veramente il capocantiere, vorrei dirgli in faccia che lo odio. Perchè portarmelo via a 10 anni? Che cazzo di senso ha?”

Si ferma e tutto si ferma intorno a noi.

Non ha più lacrime per piangere.

Ma le ho io.

Scendono senza sosta, senza vergogna, senza pudore.

Scendono perchè è giusto che sia così.

Perchè non è giusto che sia andata così.

“Ma per noi è sempre qui. Sempre.”

“Eccoti, ma dove eri finito?”

Totta ha trovato Papo, gioca con lui, riprendono a rincorrersi per il bar, ridono e scherzano come se nulla fosse.

“E’ stata Totta a svegliarci, dopo due giorni ha detto: che senso ha piangere? Se Papo ci ha insegnato una cosa è che la tristezza in questa vita non serve a niente. Quindi forza, usciamo! Credo veramente che lo spirito di Papo sia entrato dentro lei. L’ha resa saggia. E anche incredibilmente lenta.”

Questa volta sono io a sorridere, un sorriso con un retrogusto amaro, di terra e foglie, di sudore e biciclette. Sorrido pensando alle strade cambiate, ai segnali della vita, ai disegni che non sappiamo vedere.

E sorrido perchè vedo in Totta gli occhi di Papo, perchè lo sento ancora qui, perchè gioca ancora con loro.

“Da quel giorno ho iniziato a scrivergli delle lettere. Una ogni sera. Lettere che so che legge, perchè lo sento accanto a me, dentro di me. Ovunque.”

Papo si ferma, si avvicina al papà e gli accarezza la schiena.

“Dai, non piangere, io sono un’anima antica in viaggio da secoli, lo sai.”

Parla il papà ma la voce è di Papo.

“Sono un super eroe e i super eroi sono destinati a fare grandi cose”

Papo da la mano a Totta ed escono insieme, il papà li segue.

Non sempre riusciamo a capire il motivo di quello che succede, ma forse le situazioni che ci accadono servono a formarci, a rafforzarci a farci fare qualcosa che non credevamo possibile fino a poco tempo prima.

E non è proprio a questo che servono i super eroi?

A farci capire che non siamo soli e che in ognuno di noi c’è un mondo di poteri che aspettano solo il momento giusto per uscire.

Guardo Totta.

Siamo noi artefici delle scelte che facciamo.

Mi guardo allo speccio.

Prendo lo strofinaccio e me lo metto al collo, prendo in mano un mestolo e per un istante, anche io mi sento un super eroe.

Grazie Papo.

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Tratto dalla storia vera di Papo Super Hero  su Bar Papà volume 1

 

By |2020-02-21T18:19:51+01:0024 Febbraio, 2020|Blog, storie di papà|0 Commenti

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