L’anno zero – di Simone Spitale

“Non si vede che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Questo per la nostra famiglia è stato l’anno 0.
L’anno in cui abbiamo acquistato nuove consapevolezze, nuove paure, nuove certezze.
La gravidanza di mia moglie è stata spettacolare. Nessun problema, nessun limite. Solo speranza e attesa.
Il 5 settembre 2018 l’amore che già sentivo di provare per la mia piccola Emma però ha vacillato.
Non so quanto mi sia sentito in colpa per non essere riuscito immediatamente ad amarla.
Al parto mia moglie ha avuto una grossa emoraggia.
Mi hanno fatto uscire dalla sala parto lasciandomi 4 ore con mia figlia in uno stanzino. Dopo una notte insonne e dopo ore in attesa della sua nascita mi trovai da solo 4 ore con un essere che a quel punto pensai di dover crescere da solo. 4 ore in cui non riuscivo a parlarle, 4 ore in cui pensai che forse avere un figlio non ne sarebbe valsa la pena se il prezzo da pagare fosse stato la perdita della mia compagna di vita. Ricordo che le dissi la terribile frase “Io voglio tua madre!” sottintendendo che in quel momento non avrei voluto lei. Ecco in quel momento ho avuto la consapevolezza che avrei dovuto imparare ad amare, avrei dovuto imparare ad essere padre.
Nulla sarebbe stato infuso dall’alto come un miracolo.
Ho invidiato tutti quei padri che vengono travolti dall’amore perché io quell’amore ho dovuto costruirlo faticosamente.
Avrei voluto lasciare quello stanzino, anzi ci provai più volte cercando informazioni da oss e infermiere.
Quando mi avevano allontanato dalla sala parto avevo solamente visto fisicamente raccogliere quasi 2 litri di sangue.
Ero inerme, non sapevo quale fosse stato il problema.
A circa 3 ore dal parto portarono al nido mia figlia. Ero solo che piangevo disperatamente e stancamente. Non rispondevo ai messaggi ininterrotti che mi arrivavano sul cellulare. Dopo 4 ore finalmente mi arrivò la prima notizia: un’infermiera mi guardò e mi rassicurò dicendomi: “la stanno cucendo”.
A 6 ore dal parto mia moglie era fuori pericolo. Tornai in sala parto, la guardai gonfia e tumefatta. Non la toccai. Non sapevo neanche che emozioni provai. Bevvi dell’acqua e vomitai. Durante il parto aveva subita quelle che viene chiamata “lacerazione a scoppio dell’utero “. Se avesse partorito in casa, o se avesse partorito in un ospedale non attrezzato sarebbe morta. Ero grato, triste, felice, stanco, esausto. Quasi non pensavo più alla gioia che poche ore prima avevamo avuto quando la bimba era nata sana.
Capii che avrei dovuto cancellare quell’inizio con mia figlia. Arrivai ad un’altra consapevolezza: mia figlia, la mia Emma, era una persona.
Una persona che avrei dovuto conoscere.
Della quale avrei dovuto trovare i lati positivi e ignorare per quanto possibile quelli negativi.
Dopo poche settimane mi innamorai del carattere forte e dolce di Emma.
Iniziai a dimenticare quella sofferenza provata.
Compresi che la base della nostra famiglia saremmo stati io e mia moglie.
Che un forte legame tra noi ci avrebbe facilitato nell’avere cura di Emma.
Avevamo solo paura: paura che ci sarebbe crollato tutto addosso.
Che nulla sarebbe stato facile.
E purtroppo così fù.
Dopo solo tre mesi un’altra tegola nei nostri equilibri. La mamma di mia moglie si è ammalata e dopo 4 mesi ha lasciato mia moglie senza rete di salvataggio.
Emma in quel momento è stata come un’ancora che ci ha tenuti sempre concentrati sul presente.
Quell’amore che all’inizio gli ho negato si è fatto strada nel mio cuore.
Ogni giorno dalla sua nascita è stata una scoperta.
Ogni piccolo traguardo raggiunto uno scopo.
Ogni sorriso una breccia di luce in un cielo annuvolato.
Il più grande successo è stato vederla crescere serena, curiosa. affettuosa. Ora il pentimento di non averla subito amata è stato rimpiazzato da un amore incommensurabile.
Siamo solo all’inizio di questa avventura. Siamo solo ai nastri di partenza di un percorso ad ostacoli. Siamo solo consapevoli che “l’essenziale è invisibile agli occhi”
Se vuoi scrivere un articolo per il sito barpapa.it scrivi a info@barpapa.it!
By |2020-01-16T14:48:37+00:004 Novembre, 2019|Blog, storie di papà|1 Commento

Un commento

  1. Sendy 5 Novembre, 2019 al 2:22 pm - Rispondi

    Io sono quella dall’altra parte, quella gonfia e tumefatta.
    Quella che quando ha sentito l ostetrica dire ferma e decisa : “facciamo uscire il papà”, ha sentito sgretolarsi dentro tutto.
    Ho visto il tuo viso terrorizzato e ti ho detto di stare tranquillo.
    Ho metabolizzato solo dopo mesi quel tempo, quelle 4 ore.
    Dico sempre che la vita fa schifo , e quest’anno ci si è messa proprio d’impegno a dimostrarcelo ; ma mattoncino dopo mattoncino costruiamo la nostra felicità crescendo insieme alla nostra piccola peste .
    La vita continuerà a fare schifo e noi tre continueremo a fargli la lingua
    L avresti mai detto?

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